“Sansepolcro sarà sempre la mia casa”: intervista ad Alessandro D’Alatri

Il pluripremiato regista racconta a TeverePost i momenti più significativi della sua carriera e il suo legame mai sopito con la Valtiberina dove ancora oggi ha molti parenti e amici

Alessandro D'Alatri

Quella di Alessandro D’Alatri è la storia di un uomo nato per fare spettacolo. Un artista precoce, che ha iniziato a recitare fin da bambino sia in teatro che sul grande e piccolo schermo, e per questo in grado di districarsi con grande maestria tra i più disparati linguaggi di comunicazione e intrattenimento nelle vesti di regista e sceneggiatore. Oltre un centinaio di spot televisivi, molti dei quali entrati nella cultura pop, ai quali è seguita una brillante carriera come regista cinematografico e televisivo accompagnata da numerosi riconoscimenti.

Romano di nascita, ma biturgense da parte di madre, D’Alatri è da sempre molto legato alla Valtiberina e a Sansepolcro. In questa terra ha trascorso una buona parte della sua vita e per questo, ancora oggi, è in contatto costante con i suoi parenti e con tante altre persone del posto a lui molto care. In occasione dell’imminente uscita della sua ultima fiction “Il commissario Ricciardi”, il cui primo episodio sarà trasmesso lunedì 25 gennaio su Raiuno, il regista ha illustrato a TeverePost le ragioni di questo suo amore mai tramontato per la terra di Piero della Francesca, aggiungendo inoltre una serie di momenti salienti del suo lungo percorso artistico e professionale.

Quando è nato il suo legame con la nostra terrà?

Da subito. Sono nato a Roma, ma mia madre era di Sansepolcro e per questo sono cresciuto in Valtiberina, dove mi recavo in vari periodi dell’anno per passare del tempo con i miei nonni che abitavano a Gragnano. Quando ero bambino, a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, in quelle zone c’erano solo case coloniche dove vivevano contadini e mezzadri: mio nonno era uno di quelli, e ricordo che lavorava alcuni terreni di proprietà della famiglia Buitoni. Posso dire di essere stato testimone dell’ultima grande civiltà contadina italiana, poiché all’epoca le tecnologie erano ancora lontane: si usavano i buoi, l’aratro e braccia. Ho continuato a trascorrere le estati dai nonni fino ai diciotto anni, tra bagni al fiume ed altri momenti di grande spensieratezza. Ricordo che inoltre che con i miei genitori raggiungevamo il Borgo in corriera e all’arrivo in città, all’alba, si sentiva questo magnifico profumo di biscotti proveniente dal pastificio. Una porzione di vita per me indimenticabile, mentre paradossalmente ho pochissimi ricordi della mia infanzia a Roma, dove vivevo per la maggior parte dell’anno.

Parallelamente a quei momenti c’è stato anche l’inizio del suo lungo percorso artistico. Come è entrato nel mondo dello spettacolo?

È stato un ingresso abbastanza ‘casuale’. Mi venne proposto da bambino di fare teatro e le prime esperienze arrivarono ad otto anni con Visconti e “Il giardino dei ciliegi”. Era un momento di grande fertilità per il teatro italiano. Ricordo bene la tournée e il grande successo ottenuto in giro per il Paese. Subito dopo passai dallo Stabile di Roma al Piccolo di Milano con Strehler: compagnia importantissima, scenografie meravigliose ed esperienze indimenticabili. Lì conobbi la droga più potente che c’è nel nostro lavoro, ossia l’applauso. Per me fu un periodo di grande lavoro nel quale si aggiunsero il cinema con “Il giardino dei Finzi Contini” di De Sica, ma anche la televisione ed altri sceneggiati.

Quando e in che modo è scattata la molla che l’ha portata ad intraprendere la carriera da regista?

Trascorso quel periodo intenso, il cinema stava andando sempre più verso le commedie sexy. Con la morte dei grandi registi vidi intorno a me un ‘degrado’ che non si intonava a quelle che erano state le mie esperienze fino a quel momento. Ma soprattutto, mi resi conto che mi piaceva di più stare dietro alla macchina da presa anziché davanti. Cominciai il mio nuovo percorso come assistente costumista e nel giro di poco tempo iniziò una lunga fase come aiuto regista per autori italiani e soprattutto stranieri, conoscendo la lingua inglese. Con questi ultimi ho iniziato a lavorare sempre più anche nel campo della pubblicità, uno spazio tutto nuovo e in corso di evoluzione essendo passati dal Carosello agli spot di 30 secondi.

Il celebre spot pubblicitario realizzato dall’agenzia di Armando Testa in favore dalla Sip (futura Telecom). Con Alessandro D’Alatri alla regia e Massimo Lopez attore protagonista.

Quanto è stata importante la sua attività da regista pubblicitario?

Sono lavori che mi hanno concesso una popolarità anche internazionale, come a Cannes o al New York Film Festival. Erano spot che stimolavano molto la fantasia. Come le altre discipline, anche la comunicazione pubblicitaria è mutata fortemente rispetto a quel periodo, anche per l’avvento di nuovi stili e tecnologie. La pubblicità al tempo si basava nell’induzione ad un comportamento. Oggi non c’è più attenzione ai comportamenti dell’acquirente e si gioca soprattutto sulla componente aspirazionale: “compra quel prodotto e sarai un figo”. In quegli anni mi sono divertito molto, in attesa dell’incontro più atteso che è stato quello con il cinema.

Ci racconti il suo approccio con il grande schermo.

Cominciai con “Americano rosso”, ambientato negli anni ’30, col quale vinsi il primo David di Donatello e il primo Nastro d’Argento. Fu una bella palestra in vista del secondo lungometraggio interamente scritto da me, intitolato “Senza Pelle”, col quale ottenni David e Nastro d’Argento alla sceneggiatura. Da lì in poi ho continuato a lavorare sui miei film cercando di mettermi sempre in discussione ed evitando di riproporre le stesse cose: col pubblico ho sempre cercato di mantenere la massima onestà intellettuale. Nel frattempo ho proseguito nella mia ‘palestra’ realizzando vari progetti. Ad esempio ho avuto modo di conoscere tanti musicisti, come Elisa, Renato Zero e i Negramaro, per i quali ho realizzato alcuni videoclip. Un’altra grande esperienza è stata quella con i documentari, anticamera del mio passaggio al piccolo schermo.

Ad oggi è senza dubbio uno dei nomi di punta della fiction italiana. Quali sono i lavori che le sono più a cuore?

Ovviamente il primo, che è stato un cortometraggio per Rai Fiction sul tema della detenzione. Per Raiuno ho realizzato poi il tv-movie “In punta di piedi”, esperienza bellissima che legava il mondo della danza e dell’arte in una situazione di degrado. L’arte è certamente la più importante risposta a criminalità e delinquenza, e i fatti di attualità testimoniano chiaramente come manchi un investimento culturale adeguato nel nostro Paese. Dopo quel progetto sono quindi passato alle serie a puntate con “I bastardi di Pizzofalcone”, sempre per la Rai. Il successo ottenuto mi ha quindi portato a realizzare un’altra serie, in uscita nei prossimi giorni, intitolata “Il commissario Ricciardi” ed ambientata negli anni ’30 proprio come il mio primo film, quasi a voler chiudere il cerchio. Una mole importante di lavoro trattandosi di sei puntate, ciascuna della durata di un film. Da poche settimane sono al lavoro con una nuova avventura intitolata “Un professore” con Alessandro Gassman, e che uscirà in autunno. Una storia molto bella ambientata in una scuola con protagonista un docente di filosofia. Ci sono anche altri progetti in cantiere, vedremo quali di questi riusciranno a prendere forma.

In questi anni che rapporto ha avuto con la Valtiberina?

Un rapporto bellissimo, non solo dal punto di vista umano ma anche lavorativo. Negli anni ’90 a Sansepolcro ho curato un festival per cinque anni intitolato “Meno 5”. Era una rassegna dedicata ai cortometraggi sotto i 5 minuti organizzata assieme al circolo MetaMultiMedia dove sono venute giurie molto importanti. Da lì sono nate tante esperienze che hanno portato anche attori locali a Roma al Centro Sperimentale, dove insegnavo in quegli anni. Una su tutti la Valentina Lodovini, che da giovane frequentava il circolo, con la quale ci siamo ritrovati nella Capitale prima della sua consacrazione a livello nazionale. Un’altra compagna di viaggio è stata Caterina Casini, anch’essa vissuta per un periodo a Roma ed oggi nuovamente operativa in Valtiberina. Il mio rapporto con la città è rimasto sempre molto vivo, nonostante il mio lavoro mi porti a stare molto in giro.

Le capita spesso di tornare a Sansepolcro?

Sì, sono sempre felice di venire a trovare i miei parenti e i tanti amici. Purtroppo lo scorso anno, tra lavoro e restrizioni dovute alla pandemia, ci sono stati notevoli contrattempi e non sono mai riuscito a raggiungerli. Tra l’altro al cimitero del Borgo sono sepolti entrambi i miei genitori assieme ad altri familiari ai quali vorrei fare un saluto il prima possibile. Negli ultimi quattro anni ho operato principalmente a Napoli, dove sono ambientate tutte le ultime produzioni, dopo aver trascorso buona parte della mia vita lavorativa a Milano e Roma. In ognuna di queste esperienze non ho mai fatto mistero delle mie origini valtiberine: mi piace cucinare i piatti che preparava la mia nonna, parlare alle persone dell’arte innovativa di Piero della Francesca, del Palio della Balestra e delle merende estive dopo le giornate al fiume. Appena ci sarà un attimo di tregua sarò ben felice di tornare a casa. Grazie ai social fortunatamente ho modo di restare in contatto con i familiari e le vecchie compagnie. L’ultima volta che sono venuto al Borgo, un anno fa, abbiamo organizzato una bellissima rimpatriata con tutti i familiari mettendo a tavola quattro generazioni. Speriamo di poter ripetere prima possibile questa cosa, perché vorrà dire che la pandemia sarà finalmente conclusa. Per me la vita in Valtiberina è una vita meravigliosa, nonostante la lontananza mi sento sempre un borghese e il mio legame con questa terra non svanirà mai.

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