Trent’anni fa la fine dell’Urss. Parte 2: dal golpe di agosto alle dimissioni di Gorbačëv

Su Oltre il Tevere una ricostruzione storica in tre puntate dei fatti che portarono alla fine di uno Stato che ha rappresentato un punto di riferimento per una larga parte della popolazione mondiale

Carri armati nei pressi della Piazza Rossa durante il golpe di agosto. Foto di Almog (pubblico dominio)

Nel tardo pomeriggio della giornata di Natale di 30 anni fa, Michail Gorbačëv formalizzava le sue dimissioni da presidente e la fine di oltre settanta anni di storia dell’Unione Sovietica. Neppure mezz’ora dopo la fine di una diretta televisiva vista in quasi tutto il pianeta, la bandiera rossa veniva ammainata dal pennone del Cremlino e subito sostituita dal tricolore russo. L’evento non era inaspettato e segnali inequivocabili erano arrivati negli ultimi mesi, culminati durante dicembre con una serie di decisioni assunte senza consultare la popolazione. Il Soviet Supremo dell’Urss prese atto dell’accaduto la mattina successiva e avallò la nascita della Comunità degli Stati indipendenti, l’organismo che avrebbe dovuto coordinare il percorso di separazione delle dodici repubbliche ancora facenti parte dell’Unione Sovietica. I tre Paesi baltici erano invece già indipendenti da settembre.

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Il golpe di agosto

Nel pomeriggio del 18 agosto 1991 la villa presidenziale di Foros in Crimea viene isolata dalle comunicazioni con il resto del paese. Una delegazione invitò Gorbačëv a dimettersi o a sostenere l’azione in corso, e al rifiuto del presidente di collaborare venne di fatto stabilito che non fosse più in grado di esercitare il mandato. Dietro al colpo di stato ci sono i più alti vertici dello stato sovietico. Il vicepresidente dell’Urss Gennadij Janaev, il primo ministro Valentin Pavlov, il ministro dell’interno Boris Pugo, il ministro della difesa Dmitrij Jazov, il capo del Kgb Vladimir Krjučkov e il membro del consiglio della difesa Oleg Baklanov attivarono il “Comitato statale per lo stato di emergenza”.

Paradossalmente l’esistenza di questa struttura pronta a prendere il controllo del Paese in caso di emergenza fu proposta dalla stesso Gorbačëv in una riunione del marzo del 1991. Solo due persone avrebbero potuto attivarla: il presidente stesso o il primo ministro Pavlov. L’unica differenza rispetto alla composizione del Comitato proposta a marzo era l’assenza dalle conferenze stampa del presidente dell’Unione dei contadini Vasiliij Starodubčëv e del presidente dell’Unione delle imprese di stato Aleksandr Tizjakov, comunque aderenti al colpo di stato, oltre che naturalmente dello stesso Gorbačëv.

Dopo aver isolato il presidente a Foros, la mattina del 19 agosto il mondo venne a conoscenza che Gorbačëv si era dimesso per motivi di salute e che il controllo del paese sarebbe passato al Comitato. Nella stessa giornata vennero diramate le linee guida del nuovo gruppo dirigente, che si prefiggevano di ristabilire l’ordine nel paese, la superiorità delle leggi federali su quelle locali, l’interruzione della firma del nuovo trattato dell’Unione e l’invito a tutti a collaborare per cercare di tirare fuori la nazione dalla crisi. Contemporaneamente l’esercito fu schierato nelle principali città sovietiche, in particolar modo a Mosca e Leningrado. Il principale avversario venne individuato nel presidente russo Boris El’cin, che riuscì a sfuggire al tentativo di arresto e raggiunse la “Casa Bianca”, sede del Soviet Supremo della Russia, da dove venne coordinata l’opposizione al golpe.

Sia a Mosca che a Leningrado molti cittadini scesero in piazza contro il Comitato e a sostegno delle riforme degli ultimi anni. Poco si parla del fatto che nella gran parte della Russia e in molte delle repubbliche oggi ex sovietiche avvenne un forte sostegno al Comitato statale per lo stato di emergenza. Tra i sostenitori dell’azione del Comitato, seppure senza azioni dirette, ci fu anche Anatolij Lukjanov, che in quel momento era il presidente del Soviet Supremo dell’Unione Sovietica. Di fatto la partita si svolse a Mosca tra Cremlino e Casa Bianca e con la consapevolezza che parte dell’esercito si schierò con il presidente russo e non con il comitato.

Il momento chiave fu la notte tra il 20 e 21 agosto, quando i corpi speciali avrebbero dovuto assaltare il Soviet russo e arrestare El’cin e coloro che resistevano. Le squadre speciali erano state posizionate e avevano fatto tutti i sopralluoghi necessari, ospedali e prigioni erano state liberate per ospitare feriti e arrestati e in tutti vi era la consapevolezza che un’azione di forza avrebbe con certezza portato ad un bagno di sangue. Per tutta la notte fu atteso l’ordine di azione che non venne mai dato. Nessun esponente del Comitato ebbe il coraggio di assumersi la responsabilità dell’atto, contrariamente a quanto avvenne a parti invertite nella crisi costituzionale del 1993, quando El’cin non ebbe problemi a prendere a cannonate il parlamento.

La mattina del 21 agosto il Comitato, preso atto del proprio fallimento, decise di recarsi a Foros per parlare con Gorbačëv, che sarebbe rientrato la sera stessa a Mosca. I membri del Comitato sospesero la propria attività, alcuni si dimisero dalle proprie cariche, altri si suicidarono prima di essere arrestati. La vicenda del golpe fallito sarà destinata ad accelerare la spirale che porterà alla fine dell’Unione Sovietica e darà vita ad un processo farsa che vedrà tutti i protagonisti della vicenda uscirne senza alcuna condanna.

Boris El’cin dopo il fallimento del golpe il 22 agosto 1991. Itar-Tass / Kremlin.ru (CC BY 3.0)

Gli ultimi mesi di vita dell’Urss

Con il ritorno di Gorbačëv a Mosca non avvenne alcun ritorno alla normalità. Di fatto El’cin e le istituzioni russe presero il controllo del Paese all’interno dei confini della Russia. Per alcuni Gorbačëv era complice occulto del colpo di stato o nella migliore delle ipotesi restava il colpevole di aver messo nei ruoli chiave persone pronte a tutto per mantenere il potere sul Paese. Venne messo al bando il Partito Comunista e statalizzate tutte le sue proprietà. Una dopo l’altra quasi tutte le Repubbliche proclamarono la propria sovranità. Anche alcune regioni autonome delle varie Repubbliche fecero altrettanto all’interno di Moldavia, Georgia, Azerbaigian e della stessa Russia. Sembrava che il trattato per un nuovo soggetto federale non fosse più un’ipotesi realistica. In realtà le leadership delle cinque Repubbliche centroasiatiche e la Bielorussia continuarono ad interloquire con Mosca su questo tema, mentre la stessa Russia, o almeno chi deteneva il potere politico, sembrava sempre meno interessata a fare parte di una futura Unione.

Ad inizio settembre la stessa Unione Sovietica riconobbe l’indipendenza di Lituania, Lettonia ed Estonia. A questo punto era solo Gorbačëv a continuare a trattare con la speranza del mantenimento di qualsiasi forma di Unione, anche blanda. Il primo dicembre in Ucraina si tenne un referendum che avallò la scelta di indipendenza fatta due mesi prima dal parlamento di Kiev. La Russia riconobbe immediatamente l’indipendenza dell’Ucraina, mentre le istituzioni sovietiche fecero notare che le leggi che permettevano ad una componente dell’Urss di lasciare la Federazione prevedevano un iter diverso, in particolare per il fatto che il referendum popolare doveva tenersi non prima di sei mesi dalla dichiarazione di volontà di lasciare l’Unione. Nei giorni immediatamente successivi al voto ucraino El’cin si incontrò con Gorbačëv dichiarando che una futura Unione non avrebbe avuto alcun senso senza l’Ucraina. Subito dopo il presidente russo lasciò Mosca per Minsk. Anche a Kiev le più alte cariche dello stato erano in viaggio verso la capitale bielorussa. Pure il presidente kazako Nursultan Nazarbaev venne invitato a Minsk, ma declinò con l’intenzione di andare a Mosca per proseguire le trattative per un nuovo trattato dell’Unione.

L’incontro nella foresta di Belaveža

Il 7 dicembre nella dacia presidenziale bielorussa situata nella foresta di Belaveža, al confine tra Unione Sovietica e Polonia, si incontrarono presidenti e governi di Russia, Ucraina e Bielorussia. Il tema della riunione era negoziare le forniture di gas ed energia tra Russia e gli altri due Stati, dato che El’cin e il suo governo avevano già preso da tempo il controllo delle fonti energetiche. In base ai racconti dei presenti la Bielorussia e l’Ucraina non sospettavano quello che sarebbe potuto succedere il giorno successivo. Ovviamente nelle pause dei lavori gli interlocutori affrontarono più volte il tema delle difficoltà di Gorbačëv a chiudere il percorso verso un nuovo trattato per salvare quello che restava dell’Unione Sovietica. I russi presero l’iniziativa di alzare il tiro e tra un banchetto e una sauna nacque l’idea di fare nel giorno successivo una dichiarazione pubblica dove prendere atto dello stallo del lavoro di costruzione di un nuovo soggetto federale. Si racconta – molti presenti lo confermano – di una notte di bagordi che portarono all’idea di superare la dichiarazione sullo stallo delle trattative. I tre presidenti nella giornata dell’8 dicembre dichiararono al mondo che l’Unione Sovietica non esisteva più. In virtù del fatto di essere gli eredi istituzionali di tre dei quattro sottoscrittori giuridici del trattato che istituiva l’Urss nel 1922 (il quarto era l’oramai inesistente Transcaucasia), dichiararono che “l’Unione Sovietica come soggetto di diritto internazionale e realtà geopolitica cessava di esistere”. Al suo posto, ribadendo la completa indipendenza e sovranità di ogni repubblica facente parte dell’Urss, sarebbe nata la Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), con lo scopo di mantenere un debole legame tra Paesi che avevano avuto una storia comune e di gestire la complessa eredità sovietica, in particolar modo l’aspetto militare dove ancora sarebbe stato necessario maturare accordi. Un elemento più volte ribadito e che sarà del tutto disatteso fu l’impegno a mantenere la libertà di movimento tra gli Dtati ex sovietici per non complicare la vita alla popolazione che improvvisamente si sarebbe ritrovata a cavallo di confini internazionali non sempre disegnati seguendo criteri storici e politici.

Da sinistra: i presidenti russo, ucraino e bielorusso El’cin, Kravčuk e Šuškevič a Belaveža. Archivio RIA Novosti 37986 / Jurij Ivanov (CC-BY-SA 3.0)

La reazione di Gorbačëv e degli altri stati sovietici

Il Cremlino venne informato in tempo reale dai servizi segreti di quello che stava accadendo nella dacia bielorussa. Vennero date istruzioni di circondare l’area e tenersi pronti ad un ordine di intervento che non verrà mai dato. Anni dopo l’ultimo presidente dell’Urss ammise di non averlo dato perché ritenne che il probabile arresto delle tre leadership avrebbe potuto innescare una guerra civile. In sintesi Gorbačëv pensò che cercare di salvare l’unità del paese con un’azione di forza avrebbe potuto portare ad un caos ancora maggiore di quello generato dalla dissoluzione dell’Urss.

Nelle ore successive ai fatti di Belaveža Gorbačëv criticò pubblicamente le dichiarazione firmata da El’cin, Kravčuk e Šuškevič ribadendo che ogni Repubblica facente parte dell’Urss aveva diritto ad intraprendere la strada che preferiva, ma nel rispetto delle procedure legali e costituzionali, e soprattutto che non bastava la sola dichiarazione di volontà di tre soggetti federali per chiudere la storia dell’Unione Sovietica. Della stessa opinione il Comitato di sorveglianza costituzionale dell’Urss, che l’11 dicembre ribadiva come la dichiarazione di Belaveža potesse essere al massimo l’espressione di un’opinione politica e non un atto capace di conseguenze legali. Non poteva una parte dell’Urss assumere decisioni a nome anche di tutto il resto della Federazione. Alcuni membri del Congresso dei deputati del popolo, il massimo organo legislativo dell’Urss, che non si riuniva da settembre, chiesero un’immediata convocazione per discutere di quanto stava accadendo.

Il giorno precedente alla dichiarazione del Comitato costituzionale il parlamento ucraino e bielorusso ratificarono l’accordo di Belaveža, mentre il 12 dicembre fu la volta della Russia, che fece deliberare il Soviet Supremo russo invece di convocare il più numeroso e rappresentativo Congresso dei deputati del popolo russo. Questo passaggio si rivelerà fondamentale per alcuni fatti che accadranno nei mesi e negli anni successivi. Come ammesso anche dal presidente del parlamento russo Ruslan Chasbulatov, la Costituzione della Russia sovietica al momento in vigore prevedeva che la ratificazione di un accordo come quello di Belaveža potesse avvenire solo con la convocazione del Congresso dei deputati del popolo e non del solo Soviet Supremo.

Il 13 dicembre nella capitale del Turkmenistan Aşgabat si riunirono i capi di stato delle cinque Repubbliche centroasiatiche, le meno propense ad intraprendere la strada dell’indipendenza, che invitarono tutti i soggetti facenti parte dell’Unione Sovietica ad un nuovo vertice dove concordare i dettagli della costruzione della Comunità degli Stati Indipendenti. El’cin nel frattempo prendeva possesso di molte istituzioni federali a colpi di decreto. Il 15 dicembre comunicò a Gorbačëv che l’ufficio di presidenza della Russia intendeva trasferirsi al Cremlino. Il governo sovietico resistette dichiarando non validi gli atti sottoscritti l’8 dicembre ma nel frattempo la Russia sfrattava tutte le istituzioni dai palazzi di Mosca e i tricolori russi prendevano il posto di molte bandiere rosse, anche in alcuni palazzi del Cremlino.

Gli accordi di Alma-Ata

Il 21 dicembre nell’allora capitale del Kazakistan si riunirono i presidente di undici delle Repubbliche facenti parte dell’Unione Sovietica. Oltre a Lituania, Lettonia ed Estonia, già indipendenti da settembre, non partecipò la Georgia, nella cui capitale Tbilisi era in atto un colpo di stato. Vennero di fatto sottoscritti da tutti, dopo lievi modifiche, gli accordi che due settimane prima erano stati sottoscritti da Russia, Ucraina e Bielorussia. Gli altri firmatari chiesero e ottennero pari dignità, che rimanesse uno spazio economico unico e un coordinamento militare centralizzato, anche per la problematica della gestione dell’arsenale nucleare. Stavolta era la totalità membri dell’Unione Sovietica a sottoscrivere la morte istituzionale della Federazione, nonostante la violazione delle leggi che con un preciso percorso politico potevano portare al dissolvimento dell’Urss. A Gorbačëv venne notificata una comunicazione degli undici firmatari con la quale lo si informava dell’abolizione della carica di Presidente dell’Urss e lo si ringraziava per il contributo positivo dato.

Il vertice di Alma-Ata. Archivio RIA Novosti 140800 / Jurij Kujdin (CC-BY-SA 3.0)

Il 22 dicembre a Mosca presso il VDNCh (il parco espositivo delle conquiste dell’economia sovietica) e la sede della tv di stato di Ostankino scesero in piazza migliaia di persone che chiedevano di non sciogliere l’Unione Sovietica. Nessuno di questi era sostenitore di Gorbačëv, ma piuttosto sostenevano la conservazione dello Stato. Dopo Alma-Ata a Gorbačëv non restò che prendere atto dell’accaduto e preparare le sue dimissioni programmate per le 19.00, orario di Mosca, del 25 dicembre. Il giorno di Natale nei paesi cattolici, un mercoledì qualsiasi in Unione Sovietica.

Le dimissioni di Gorbačëv

Il discorso durò poco più di undici minuti, fu trasmesso dalla televisione di stato in tutto il Paese e visto in diretta in tutto il pianeta. Una scrivania spoglia, la bandiera rossa su un lato dell’inquadratura, i fogli da cui leggeva e un atteggiamento serio furono gli unici elementi visibili.

Gorbačëv dichiarò che le sue dimissioni erano dovute a motivi di principio e non solo alle decisioni prese ad Alma-Ata. Affermò di essere contrario alla disgregazione del Paese, di aver lottato per mantenerlo unito e di prendere atto della direzione presa dagli eventi. Si disse convinto che una decisione importante come quella della fine dell’Unione Sovietica doveva essere presa consultando il popolo. Ribadì di parlare, seppure per l’ultima volta, come presidente dell’Urss. Successivamente Gorbačëv ripercorse i sei anni di leadership ricordando di aver preso in mano un Paese che aveva bisogno di riforme già da molto tempo. Era necessario cercare di cambiare e ribadì di non essere pentito di avere avviato processi di rinnovamento. L’Urss si stava avviando a trasformarsi del tutto in un Paese democratico con tutte le libertà garantite, oltre alla trasformazione dell’economia statale in economia di mercato. La scelta di togliere il controllo dai Paesi dell’Est Europa è un altro passaggio importante delle parole di Gorbačëv. Forse la sintesi della parte principale del discorso fu “il vecchio sistema è crollato prima che il nuovo abbia cominciato a funzionare”, e – riferito a quello che stava accadendo – “i nostri cittadini hanno perso la cittadinanza di un grande Paese”.

Michail Gorbačëv durante il discorso di dimissioni

Non mancarono i ringraziamenti a coloro che nei sei anni avevano sostenuto il cambiamento, così come la critica a chi aveva messo in campo ogni mezzo per sabotarlo. Il discorso si concluse con le seguenti parole: “Lascio la mia carica con un sentimento di angoscia, ma anche di speranza, fiducioso nella vostra saggezza e nella vostra forza d’animo. Siamo gli eredi di una grande civiltà e adesso spetta a ciascuno di noi aiutarla a rinascere. I nostri popoli vivranno in una società florida e democratica. Auguro a tutti ogni bene”.

El’cin non apprezzò particolarmente le parole del suo predecessore al punto di inviare a ritirare la valigetta nucleare il maresciallo Evgenji Šapošnikov, che fino a quel giorno era stato ministro della difesa dell’Urss e sarebbe diventato provvisoriamente la guida del comitato di difesa della Comunità degli Stati Indipendenti.

Pochi minuti dopo il termine del discorso di Gorbaciov, alle 19.36, venne ammainata la bandiera rossa con falce e martello presente sulla cupola del Palazzo del Senato al Cremlino, sede del governo sovietico, prontamente sostituita dal tricolore russo.

Leggi anche: Parte 3 – Dalla nascita della CSI alla crisi costituzionale russa;
Appendice – Sviluppi successivi e nuove prospettive di unione.

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