Cos’è il Nagorno Karabakh?

La terra contesa tra Armenia e Azerbaigian è al centro di un nuovo scontro militare. TeverePost propone una piccola guida per aiutare a contestualizzare le notizie che sentiamo in questi giorni

Il Nagorno Karabakh (Artsakh) comprensivo dei propri territori originari in rosa e delle zone occupate negli anni '90 in giallo. Immagine originale di Emreculha (CC BY-SA 4.0) aggiornata al 29 settembre 2020

Dopo anni di letargo, caratterizzato da qualche breve risveglio, si è tornati a parlare nei media di tutto il modo del Nagorno Karabakh (o, con la dicitura preferita dagli abitanti di questa regione caucasica, dell’Artsakh). Le problematiche relative a questa regione di fatto indipendente e filoarmena, ma rivendicata dall’Azerbaigian, risalgono al periodo della dissoluzione dell’Unione Sovietica, anche se trovano radici storiche in eventi geopolitici dell’inizio del XIX secolo.

Il Caucaso in epoca sovietica: enclavi ed exclavi

Con il trattato di Gulistan, nel 1813, tutta l’area della Transcaucasia – le attuali Georgia, Armenia e Azerbaigian – finirono sotto la sfera d’influenza dell’Impero Russo. La Prima guerra mondiale e la Rivoluzione russa destabilizzarono l’area, che si ritrovò contrapposta all’Impero Ottomano, con la popolazione azera che però simpatizzava per i turchi con cui condivideva cultura e religione. La sconfitta degli ottomani e il successivo avvento dei bolscevichi, vincitori della guerra civile russa, diede vita alla Repubblica socialista federativa sovietica di Transcaucasia, che con Russia, Ucraina e Bielorussia nel 1922 fu uno dei soggetti fondatori dell’Unione Sovietica. La Transcaucasia era a sua volta una repubblica federale, composta da Georgia, Armenia e Azerbaigian. Visse fino al 1936, quando si divise nelle tre entità che poi sarebbero diventate indipendenti durante il collasso dell’Unione Sovietica a fine 1991. All’inizio degli anni venti del XX secolo furono definiti i confini tra le tre regioni transcaucasiche. Il commissario alle nazionalità, incaricato da Mosca di dirimere la questione, era il georgiano Iosif Stalin, che più tardi sarebbe diventato leader dell’Urss. Molte furono le questioni da risolvere, soprattutto nella parte meridionale di Armenia e Azerbaigian, dove andava definito un confine politico che tenesse conto degli aspetti etnici. Furono trovate soluzioni bizzarre, con numerose enclavi ed exclavi tra i due paesi. All’Armenia andò la regione di Zangezur, abitata in prevalenza da armeni, che avrebbe separato il Nakhchivan, abitato da azeri, dal resto dell’Azerbaigian. Il Nagorno Karabakh, a maggioranza armena, si trovò a far parte dall’Azerbaigian, ma l’area fu elevata a oblast’ (regione) autonoma. Il Nakhchivan stesso divenne una repubblica autonoma facente parte dell’Azerbaigian seppure, come detto, fisicamente separata. Meno visibili nelle carte geografiche ulteriori isole amministrative: Karki era una cittadina del Nakhchivan all’interno dell’Armenia, Sofulu e Yukhari Askipara furono altre due piccole isole di territorio azero poco dentro l’Armenia e infine Artsvashen, villaggio armeno dentro la repubblica azera. In realtà queste divisioni amministrative, compensate da ampie autonomie, non costituirono seri problemi agli abitanti, dato che tutto si trovava comunque all’interno di un unico stato, l’Unione Sovietica. L’assenza di confini garantiva libera circolazione e possibilità di sentirsi al sicuro. Questo fino alla fine degli anni ottanta, quando tra gli effetti delle politiche di apertura di Gorbačëv vi furono anche conseguenze che riguardarono queste aree geografiche.

Fine anni ottanta: glasnost’ e perestrojka

A fine anni ottanta il mondo occidentale lodava il leader sovietico Michail Gorbačëv per aver avviato, con la glasnost’ e la perestrojka, quello che da noi veniva percepito come un periodo di rinascita per i popoli sovietici. Spesso questa opinione non corrispondeva a quella dei popoli che vivevano in Urss. In particolar modo in aree come il Caucaso meridionale, dove le conseguenze furono disastrose – e non solo economicamente come nel resto del Paese. Il peggioramento della qualità della vita e della sicurezza sociale, come spesso accade, avvicinò le persone ad istanze nazionalistiche. Anche la riscoperta della libertà religiosa contribuì ad accendere gli animi: dopo 70 anni in cui la religione non era stata certo incentivata, gli armeni si riscoprirono cristiani e gli azeri musulmani. Fatto sta che dalla metà degli anni ottanta la popolazione del Nagorno Karabakh e la classe politica di questa regione autonoma fecero pressione sull’autorità centrale per passare dall’Azerbaigian all’Armenia. Ciò tenuto conto del fatto che i tre quarti degli abitanti della regione erano armeni e il restante 25% era frutto di un’opera di “azerizzazione” da parte del governo di Baku. Il confronto tra le due etnie non fu affatto pacifico e la risposta del morente governo sovietico fu debole, contraddittoria e scarsamente efficace. La questione del futuro del Nagorno Karabakh fece da detonatore a scontri interetnici fortemente cruenti che videro morti e profughi da entrambe le parti. Centinaia di migliaia di azeri che lavoravano in Armenia furono costretti ad abbandonare le loro case e la stessa cosa accadde agli armeni che vivevano e lavoravano in Azerbaigian. Le quattro piccolissime enclavi di Karki, Sofulu, Yukhari Askipara e Artsvashen furono occupate e le rispettive popolazioni spinte ad abbandonare le loro case. Gli incerti interventi politici e militari da parte di Mosca riuscirono a scontentare entrambi i contendenti. Il 1991 fu l’anno chiave della futura guerra. Il 30 agosto, pochi giorni dopo il golpe fallito in Unione Sovietica da parte dell’area conservatrice che voleva estromettere Gorbačëv dal potere, l’Azerbaigian proclamò la propria indipendenza. Dopo tre giorni a sua volta il Nagorno Karabakh si dichiarò indipendente dall’Azerbaigian: la legge sovietica prevedeva infatti che in caso di distacco di una repubblica federata, le sue regioni autonome avrebbero potuto a loro volta staccarsi da quella repubblica. In novembre l’Azerbaigian revocò l’autonomia del Nagorno Karabakh ma la Corte costituzionale sovietica respinse l’atto azero come illegittimo. In dicembre un referendum popolare confermò l’indipendenza della regione, mentre a fine mese l’Unione Sovietica collassò definitivamente, sostituita dalle quindici repubbliche che ne facevano parte.

Soldati del Nagorno Karabakh nell’agosto 1992 (immagine in pubblico dominio)

Primi anni novanta: la guerra

Il 1992 iniziò con un quadro geopolitico diverso. Ora c’erano due repubbliche indipendenti, Armenia ed Azerbaigian, una aspirante ad esserlo, il Nagorno Karabakh, e soprattutto non c’era più lo stato che conteneva tutti e tre i soggetti giuridici. A fine gennaio l’Azerbaigian cominciò a bombardare la regione ribelle con l’obiettivo di riportarla sotto la propria sovranità. La disintegrazione dell’esercito sovietico portò armi in abbondanza alle due parti in causa. In un primo momento avvenne una rapida avanzata azera con la conquista di numerosi centri abitati a ridosso del confine con il Nagorno Karabakh. Di fatto entrò in guerra anche l’Armenia, seppure non direttamente ed ufficialmente, contribuendo all’occupazione del corridoio di Lachin, la striscia di territorio azero che separava il Nagorno Karabakh dall’Armenia. Qualsiasi iniziativa della comunità internazionale per fermare il conflitto non ebbe alcun successo, e del resto la contemporanea crisi jugoslava trovò maggiore attenzione da parte dei paesi europei rispetto a quello che succedeva nel lontano Caucaso. L’estate vide gli azeri avanzare e con sanguinosi scontri riuscire a prendere il controllo di circa la metà della regione. Migliaia di persone lasciarono il Nagorno Karabakh affluendo sia in Armenia che in Azerbaigian. L’inverno vide tutte le parti in causa essere investiti da una profonda crisi economica e permise soprattutto agli armeni di riorganizzarsi e di riprendere il sopravvento nelle operazioni belliche. Lentamente gli azeri vennero cacciati da quasi tutto il Nagorno Karabakh e da molti territori prossimi al corridoio di Lachin. In Azerbaigian la situazione stava precipitando militarmente ma anche politicamente, e permise a Gaydar Haliev, già leader della Repubblica azera in epoca sovietica, di diventare Capo dello stato ed intraprendere trattative per allentare la tensione nella regione. L’inverno tra il 1993 e 1994 vide ulteriori scontri militari con conquiste territoriali armene. Nel mese di maggio, dopo una complessa mediazione della Russia, si arrivò agli Accordi di Bishkek, dal nome della capitale kirghisa dove venne firmata la tregua ancora ufficialmente esistente. Il cessate il fuoco entrò in vigore alla mezzanotte tra l’8 e il 9 maggio, esattamente nello stesso giorno e alla stessa ora in cui fu firmata la resa dei nazisti alla fine della Seconda guerra mondiale.

Pannello che celebra il 9 maggio in Artsakh. Immagine di Marcin Konsek (CC BY-SA 4.0)

Conseguenze della guerra del Nagorno Karabakh

Gli accordi firmati in Kirghizistan congelarono la situazione sul campo alla primavera del 1994 con un forte vantaggio territoriale a favore dell’Armenia e con il Nagorno Karabakh che controllava circa il 90% di quella che era la regione autonoma al tempo dell’Urss. Oltre a questo la provincia ribelle prese possesso di interi pezzi del territorio azero attorno al corridoio di Lachin. Grazie a questo la frontiera comune tra Armenia e Nagorno Karabak attualmente è estesa oltre un centinaio di chilometri. Di fatto l’autoproclamata repubblica di Nagorno Karabakh controlla quasi il 15% del territorio della repubblica azera in epoca sovietica. Gli oltre due anni di guerra portarono con sé circa un milione di profughi e trentamila morti, oltre naturalmente ad una complessa ricostruzione di città ed infrastrutture.

Con la sospensione dei combattimenti l’Azerbaigian ha potuto concentrarsi sullo sviluppo della propria economia basata su estrazioni petrolifere e gassose. La nazione musulmana è riuscita a crescere in questi ventisei anni di tregua garantendo benessere e ricchezza ad una parte della propria popolazione, e la capitale Baku è sempre più simile a Montecarlo che ad una città orientale. L’Armenia è decisamente più povera del vicino di casa azero, e dopo aver perso la sicurezza del sistema sovietico ha attraversato periodi di crisi dai quali è uscita fuori con le rimesse degli emigrati all’estero e della storica diaspora. L’Armenia fa parte dell’Unione economica euroasiatica, l’associazione economica e doganale che comprende alcuni dei paesi ex sovietici e ha anche un accordo di protezione militare, l’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva, che impegnerebbe Russia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan a sostenerla militarmente in caso di conflitto armato. L’Azerbaigian fa invece parte solo della Comunità degli Stati Indipendenti, sempre assieme ad altri paesi ex sovietici (compresa l’Armenia), e ha rapporti politici e militari sia con la Russia che con la Turchia, quest’ultima partner interessato alle dinamiche nello scacchiere caucasico.

Durante gli anni di tregua armata, intervallata periodicamente da qualche tensione sulla linea di confine, si sono tenuti trentasei incontri tra delegazioni azere e armene. Alcuni di questi sono stati organizzati dagli Stati Uniti, altri dalla Russia, altri ancora dall’Osce o dalla Comunità degli Stati Indipendenti. I tanti vertici, oltre a far conoscere i quattro presidenti armeni succedutisi con le due persone che hanno guidato l’Azerbaigian, ovvero Gaydar Haliev e suo figlio Ilham Haliev, non hanno invece fatto registrare seri progressi. L’Armenia ha puntato a mantenere lo status quo e a ribadire il diritto all’autodeterminazione degli abitanti del Nagorno Karabakh, l’Azerbaigian a rivendicare la propria integrità territoriale.

L’attuale crisi

Detto che le violazioni del cessate il fuoco in vigore dal 1994 sono state numerose, mai si era arrivati ad un’escalation così cruenta come quella degli ultimi giorni. Nonostante Armenia e Azerbaigian si incolpino reciprocamente, sembra difficile che il primo passo sia stato fatto dagli armeni o dalla Repubblica del Nagorno Karabakh. Non avrebbero infatti alcun vantaggio a violare per primi la tregua e a cercare di alterare lo status quo della regione. È invece probabile che la prima mossa sia stata azera e che l’azione sia anche dimostrativa, per far comprendere agli armeni la propria superiorità militare acquisita negli anni di “pace”. L’Azerbaigian di oggi ha una tecnologia militare all’avanguardia, e le immagini diffuse dagli azeri che dimostrano bombardamenti chirurgici con droni hanno fatto il giro del mondo. La popolazione del Paese è tre volte superiore a quella armena, oltre nove milioni di abitanti contro circa tre milioni. L’Armenia e il Nagorno Karabakh controllano però zone militarmente vantaggiose che permettono una facile difesa, per di più rafforzata dai sistemi missilistici di fabbricazione russa. L’Armenia ha più volte denunciato bombardamenti azeri nel proprio territorio con l’intenzione di far attivare l’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva e quindi far intervenire la Russia al proprio fianco. In realtà se l’Azerbaigian si limita a colpire il Nagorno Karabakh o i propri ex territori non si può attivare l’intervento russo perché l’autoproclamata repubblica non fa parte dell’Armenia. Stepanakert, la capitale del Nagorno Karabakh, è stata più volte colpita da proiettili causando simili rappresaglie da parte delle milizie locali, che hanno bombardato territorio azero anche in profondità. Il conflitto, quindi, ha già superato la fase di scambi di fuoco dalle reciproche postazioni nella linea difensiva arrivando a colpire civili. Allo stesso tempo l’esercito azero è avanzato in profondità a sud lungo la linea di confine con l’Iran, in quelli che trenta anni prima erano territori azeri, e a nord direttamente all’interno degli storici confini del Nagorno Karabakh.

L’Azerbaigian ha incassato il pieno sostegno della Turchia, che sembra abbia mandato anche guerriglieri precedentemente impegnati in Siria. Questo apre scenari impensabili che potrebbero portare a catena al coinvolgimento di altre potenze regionali come l’Iran, che nonostante le differenze religiose avrebbe maggiore interesse ad aiutare gli armeni. Tutte le principali diplomazie mondiali, finora vanamente, hanno fatto appelli per fermare il conflitto. Nelle scorse ore il presidente azero Ilham Haliev è intervenuto alla tv nazionale ribadendo che il suo Paese è pronto a colloqui sul futuro del Nagorno Karabakh. A condizione che la controparte superi lo stallo quasi trentennale e si impegni a trovare una soluzione condivisa che superi l’immobilismo dei colloqui di pace precedenti. Rivendicazione probabilmente legittima, anche se nelle terre contese, etnicamente parlando, di azero non è rimasto praticamente nulla. Anche nell’ipotesi di un referendum per determinare il futuro della regione, anche se vi partecipasse quel 25% di popolazione azera scappata durante la guerra il risultato filoarmeno sarebbe scontato.

Il presidente azero Aliev in un messaggio di ieri. Immagine del sito ufficiale president.az (CC BY-SA 4.0)

L’auspicio, probabilmente vano, è quello di arrivare a difficili trattative di pace che possano portare un’insperata serenità a tutta la regione, che oggi vive una situazione estremamente complessa dal punto di vista geopolitico. Basti solo pensare che l’Armenia ha il confine chiuso da trent’anni sia con la Turchia che con l’Azerbaigian, e che quest’ultimo ha l’enclave del Nakhchivan irraggiungibile, se non per via aerea, a causa del territorio armeno che lo divide dalla madrepatria. Attualmente l’unico modo per andare dall’Armenia all’Azerbaigian e viceversa, o dall’Armenia alla Turchia, è passare dall’unico confine comune aperto, quello con la Georgia.

Oltre che stabilire quale bandiera debba sventolare sulla regione, c’è come sempre da affrontare il tema di oltre un milione di profughi. Molti concordano che potrebbe essere la Russia, in buoni rapporti con entrambi i contendenti, a cercare di risolvere una volta per tutte un problema che potrebbe riaccendere scintille anche in molte altre situazioni simili nello spazio post-sovietico.

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