Le elezioni americane non sono state un bello spettacolo

La democrazia è in crisi e per una volta più che esportarla sarebbe necessario importarla. Il problema è capire da chi

Donald Trump e Joe Biden. Entrambe le foto sono di Gage Skidmore (CC BY-SA 2.0)

Giusto una settimana fa su TeverePost descrivevamo il meccanismo che porta all’elezione del Presidente degli Stati Uniti d’America. In quel momento non immaginavamo di vedere lo spettacolo, a dire il vero indecoroso, a cui abbiamo assistito. Una serie di episodi che hanno caratterizzato le elezioni 2020 verranno probabilmente ricordati per decenni, tra tutti il lentissimo procedere dello scrutinio con tempistiche da fare invidia a paesi cosiddetti sottosviluppati. L’unico aspetto decisamente positivo, per un Paese da sempre poco incline a partecipare agli eventi elettorali, è stata invece proprio l’affluenza: si è trattato della più alta di sempre, e dati alla mano ha permesso a Joe Biden e Donald Trump di essere i due candidati alla presidenza più votati nei quasi duecentocinquanta anni di storia degli Stati Uniti. Un record di altro genere di questo appuntamento è invece che chiunque dei due avesse vinto sarebbe stato il Presidente più anziano della storia del Paese.

La situazione ad oggi

Mentre scriviamo la situazione è ancora in continua evoluzione, dato che in una settimana non c’è stato modo di arrivare al completamento dello scrutinio elettorale, fermo a circa il 95% dei voti espressi. In ogni caso il risultato che andiamo a fotografare risentirà degli inevitabili ricorsi elettorali di entrambi i principali candidati in tutti gli Stati dove la differenza tra i risultati è stato inferiore all’1% (in alcuni casi meno dello 0,2%). Come ampiamente previsto solo i due principali contendenti hanno eletto dei grandi elettori. Al momento nel voto popolare i principali candidati presenti in tutti o molti dei cinquantuno territori dell’Unione hanno raccolto i seguenti risultati:

Joe Biden
(Partito democratico)
75.198.237
(50,06%)
Donald Trump
(Partito repubblicano)
70.804.538
(47,7%)
Jo Jorgensen
(Partito libertario)
1.735.438
(1,2%)
Howie Hawkins
(Verdi)
351.298
(0,2%)

Altri candidati, di cui alcuni solo locali e presenti in uno o pochissimi Stati, hanno raccolto complessivamente circa lo 0,3%.

Con ancora 34 grandi elettori da assegnare, Joe Biden ha eletto 290 membri del collegio elettorale di secondo livello contro i 214 di Donald Trump. Pur non essendo stato completato lo scrutinio in alcuni Stati si potrebbe ipotizzare che la competizione possa terminare 306-232 oppure 290-248. La chiave di questa difformità è il risultato finale della Georgia, dove con il 99% delle schede scrutinate la differenza tra i due contendenti è meno di 10.000 voti. Quindi, se la situazione sarà confermata, il lunedì successivo al secondo mercoledì di dicembre, ovvero il 14, i grandi elettori saranno chiamati a votare chi saranno il nuovo Presidente e il nuovo Vicepresidente degli Stati Uniti, incarico che verrà assunto a partire dalle ore 12.00 del 20 gennaio 2021. Naturalmente grazie all’ampio margine che Biden ha rispetto alla fatidica quota 270 il tutto dovrebbe risultare una formalità. Se invece, come sembrava nelle 48 ore successive all’election day, il vantaggio di uno dei due candidati sull’altro fosse stato minimo (era stato ipotizzato anche un 270-268 in favore di Biden), il collegio elettorale avrebbe potuto regalare qualche sorpresa e forse per la prima volta nella storia qualche franco tiratore avrebbe potuto rivestire un ruolo determinante.

La candidata del Partito libertario Jo Jorgensen (CC BY 4.0)

Il mercoledì non previsto dai sondaggi

Secondo gli esperti di previsioni elettorali doveva essere di otto, nove o forse dieci punti percentuali il vantaggio del candidato democratico su quello repubblicano. La carta degli Usa doveva apparire quasi interamente colorata di blu (colore democratico), cosa che avrebbe permesso a Biden di ottenere potenzialmente fino a 400 grandi elettori. Tutto questo non solo non si è avverato, ma la vittoria del democratico sarebbe arrivata dopo giorni di stenti, preoccupazioni e una sorprendente rimonta in alcuni degli Stati chiave. Il risveglio del giorno dopo la giornata elettorale vedeva addirittura Trump in vantaggio in molti Stati che alla vigilia erano dati nettamente in mano democratica. Due giorni dopo il mondo assisteva ad una lenta erosione del vantaggio del Presidente uscente. Ora dopo ora cadevano alcuni territori che mercoledì mattina sembravano in mano a Trump. Unica cosa indovinata dai sondaggisti era che il voto postale, quindi le schede che sarebbero state scrutinate successivamente, avrebbero sorriso al candidato democratico. Del resto l’entourage di Trump aveva messo le mani avanti da giorni, ribadendo che non si sarebbero dovute prendere in considerazione le schede spedite dopo il 3 novembre. Ad oggi mancano conferme neutrali su come coloro incaricati di conteggiare i voti abbiano proceduto, mentre è emerso con chiarezza che numerosi morti o mai nati abbiano preso parte al voto americano. Legittimo da parte di entrambi i contendenti chiedere approfondimenti su queste anomale situazioni, che al momento non è dato sapere chi potrebbero avere avvantaggiato.

Stati in bilico e risultati di stretta misura

Proviamo ad approfondire percentuali e distacchi nei cosiddetti Stati in bilico, premettendo che in alcuni di questi lo scrutinio non è ancora terminato. Gli Stati chiave sono tutti a vantaggio di Joe Biden, e questa è statisticamente un’anomalia:

Georgia
(16 grandi elettori,
scrutinato 99%)
Biden +0,2%
(+10.000 voti ca.)
Arizona
(11 grandi elettori,
scrutinato 90%)
Biden +0,5%
(+19.000 voti ca.)
Nevada
(6 grandi elettori,
scrutinato 92%)
Biden +2,2%
(+28.000 voti ca.)
Pennsylvania
(20 grandi elettori,,
scrutinato 98%)
Biden +0,6%
(+39.000 voti ca.)
Wisconsin
(10 grandi elettori,
scrutinato 90%)
Biden +0,7%
(+20.000 voti ca.)

Quindi circa 100.000 voti sparsi in cinque Stati stanno determinando una consultazione elettorale alla quale hanno preso parte quasi 150 milioni di persone. In tutti gli altri Stati la situazione è decisamente più netta, con scarti molto ampi a vantaggio dell’uno o dell’altro candidato. Se si osservano attentamente le tendenze di voto è nettissimo il successo di Biden nelle città e quello di Trump nelle aree meno popolose. Un esempio molto chiaro è il risultato nel District of Columbia, quindi la capitale Washington, dove Biden vince con il 93,3% contro il 5,2% di Trump. Negli unici due Stati dove non tutti i grandi elettori vengono assegnati al vincitore ma si utilizza un metodo elettorale diverso sono accaduti due fatti curiosi: nel repubblicano Nebraska Biden riesce a sottrarre un grande elettore a Trump vincendo in uno dei collegi uninominali previsti dalla legge locale. L’inverso avviene nel democratico Maine, dove è Trump a togliere un seggio a Biden.

La democrazia americana come esempio?

Un tempo gli Stati Uniti venivano definiti il più grande e durevole esempio di democrazia nel mondo, nonostante in campo di segregazione razziale non siano certo stati un esempio da seguire. Alla loro politica estera si deve anche il tentativo, non sempre riuscito, di esportazione di valori democratici in numerose aree del pianeta. Oggi probabilmente i tempi sono cambiati e le frizioni a cui il mondo assiste in ogni campagna elettorale sono un esempio negativo di tutto quello che non dovrebbe accadere in una competizione democratica. Trump ha insegnato al mondo come usare in modo strumentale e anche pericoloso i social network; Biden si è messo sullo stesso livello di Trump partecipando a dibattiti televisivi inconcludenti, con temi spesso lontani da quelli che sono i bisogni degli americani. Esempio molto significativo è stata la strumentalizzazione da una parte e dall’altra delle tematiche attorno al Covid-19, con un folle scontro tra salute della persona ed economia del paese. Guardando le elezioni 2020 da fuori è sembrato di assistere ad un tifo da stadio contagioso anche per chi non vive negli Stati Uniti d’America. In Italia come in gran parte del mondo non sono mancati i sostegni espliciti all’uno o all’altro candidato sia da parte di esponenti politici che di semplici cittadini, e questo è spesso avvenuto senza nessun approfondimento dei temi in campo. Non si può semplicemente etichettare Biden come di sinistra e Trump di destra. La politica americana è molto più complessa di quello che sembra, e quando si affronta una competizione elettorale dove di fatto ci sono due candidati che si spartiscono il consenso è evidente che tutti e due devono pescare su aspetti potenzialmente sensibili ad entrambi gli elettorati, e naturalmente ai potentati economici. Questi ultimi non escono mai sconfitti nelle elezioni presidenziali, riuscendo sempre a trovare un buon interlocutore all’interno della Casa Bianca.

La vicepresidente eletta Kamala Harris. Foto di Gage Skidmore (CC BY-SA 2.0)

Infine è necessario riflettere su un meccanismo elettorale complesso, antico e forse anche sbagliato per i tempi di oggi. Le attenzioni dei candidati Presidente non vanno sicuramente a quegli Stati sicuramente democratici o di tradizione repubblicana. L’impegno, le visite di persona, le promesse elettorali trovano terreno fertile quasi unicamente laddove c’è partita per accaparrarsi il totale dei grandi elettori messi in palio. Un elettore che vive a New York è certo che il proprio voto democratico o repubblicano non andrà a cambiare gli equilibri, dato che New York è saldamente democratica in questo periodo storico. Un elettore che vive in Georgia, stato tuttora conteso a quasi una settimana del voto, avrà trovato nell’agenda dei candidati maggiore attenzione verso le problematiche del proprio Stato. Se in quasi due secoli e mezzo di storia nessuno ha mai modificato seriamente le regole del gioco scritte nella Costituzione degli Stati Uniti non è solo perché per gran parte del tempo hanno funzionato bene, ma soprattutto perché non c’è mai stato accordo su come andare a modificarle. Non saranno sicuramente migliori i tempi che arriveranno prossimamente, dato che non sappiamo nemmeno che tipo di accoglienza avrà Biden quando arriverà l’ora del suo insediamento alla Casa Bianca.

Il risultato alla Camera e al Senato delle elezioni 2020

Contemporaneamente alle elezioni presidenziali, gli elettori americani dovevano rinnovare un terzo del Senato e l’intera Camera dei Rappresentanti. La situazione alla vigilia del voto vedeva la Camera in mano ai democratici e il Senato controllato dai repubblicani. Le elezioni non hanno modificato significativamente gli equilibri, nonostante anche in questo caso lo scrutinio tardi a terminare. In più vanno aggiunti due ballottaggi previsti dalla Georgia, che assegneranno due senatori solamente a gennaio. Probabile che la composizione del Senato vedrà i repubblicani avere 52 seggi e i democratici 46, mentre due saranno gli indipendenti, dei quali uno in quota Partito Libertario. Alla Camera i democratici mantengono la maggioranza nonostante una lieve avanzata repubblicana. Il Partito democratico puntava al controllo completo delle istituzioni per permettere a Biden di poter formare un governo con tutte le complesse anime del partito. Ora, con l’obbligo di ratifica da parte del Senato delle nomine che il Presidente andrà a fare, è molto probabile che gli esponenti più di “sinistra” democratici non troveranno posto nella squadra di Biden. Questo andrà sicuramente ad incrinare quell’armonia che è stata un’arma importantissima per serrare le file contro Trump.

Il fenomeno Trump non è finito con queste elezioni

Esattamente come durante le elezioni 2016, il magnate americano è andato ampiamente oltre qualsiasi previsione elettorale. Anche se il riconteggio dei voti negli Stati dove l’esito del voto lo hanno visto vicinissimo a Biden non dovesse dare i risultati sperati, a Trump resterebbe la possibilità di fare ulteriori azioni clamorose, come il ricorso ai tribunali dei singoli Stati e alla Corte Suprema, con al centro le tematiche relative ad alcuni aspetti dubbi del voto postale. Al momento insomma non sembrerebbe intenzionato a farsi da parte, e anche all’interno del Partito repubblicano non tutti sono propensi ad eliminare questa scomoda figura. Di certo quasi la metà di coloro che sono andati a votare erano fortemente convinti di sostenerlo nonostante il massiccio lavoro dei media americani che non hanno mai amato particolarmente il Presidente in carica. Da capire cosa succederà da qui all’insediamento del 20 gennaio, e soprattutto se lascerà la Casa Bianca in modo sobrio oppure con qualche colpo di scena che potrebbe regalare altre immagini al libro dei ricordi di queste elezioni. Da Trump potremo anche aspettarci un nuovo tentativo tra quattro anni, con i repubblicani o anche con un terzo polo che riporterebbe gli Stati Uniti a scenari politici lontani decenni.

Interrogativi aperti in politica estera

Interessante sarà comprendere come Joe Biden intenderà prendere in mano la politica estera. Numeri alla mano la presidenza Trump è stata una delle più pacate a livello di interventi militari, perlomeno rispetto a quelle precedenti. Al fuoco e alle fiamme promessi contro la Corea del Nord hanno fatto seguito più vertici con Kim Jong-un, che non hanno di certo risolto le problematiche ma hanno sicuramente alleggerito il clima pesante precedente. Idem nei rapporti con la Russia, che hanno visto la non cancellazione della politica delle sanzioni, ma allo stesso tempo una bassa interferenza nelle dinamiche siriane, ucraine e in generale attorno a quello che era lo spazio post sovietico. A livello di diplomazia e sanzioni il nemico di Trump è stata la Cina, e chissà come Biden si approccerà ai problemi in atto. Altro tema spinoso è il nucleare pacifico dell’Iran, tema attorno al quale si è rischiata l’unica guerra dell’era Trump. Infine, anche in Medio Oriente il Presidente uscente non ha scherzato, partendo dal trasferimento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme fino al recente lavoro di allaccio di rapporti diplomatici tra Israele e alcuni paesi del Golfo Persico. Curioso che uno dei primi leader a complimentarsi con il nuovo Presidente eletto sia stato proprio il venezuelano Maduro. Di argomenti su cui confrontare la presidenza e i risultati di Biden con quelli di Trump ce ne sono in abbondanza anche in campo di disarmo e riarmo nucleare e riguardo alle politiche ambientali. In entrambi i temi sono molti gli accordi dai quali gli Stati Uniti si sono ritirati in questi ultimi quattro anni.

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